venerdì 29 giugno 2012

Una famiglia "felice".

La famiglia è una cosa importante. Da mandare avanti con "fermezza"... Fino a che punto?

Quello della Magia Selvaggia era un anno difficile, ma Daggerfall, reduce da periodi infausti, poteva vantare finalmente oasi di agreste vita famigliare - o almeno così sembrava...

Correva l’anno della Magia Selvaggia, 1372 CV. Kythorn aveva superato la seconda decimana. A Daggerfall, ai margini del fiume Tesh, si mostrava in tutto il suo splendore. Gorgheggi di svariate tonalità si mescevano in maniera misurata all’insistere delle cicale. Il sole ancora indorava una giornata di lavoro nei campi quasi giunta al termine e il vento portava i sapori di una campagna pronta ad essere finalmente rinfrescata, con pazienza, dalle stesse nubi che, nelle stagioni precedenti, avevano assicurato ai semi accrescere e maturare ma che oggi, dopo un meriggio incerto, attendevano il da farsi.

Quella sera, Greta aveva deciso di andare incontro al padre dei suoi figli anche se, come di consueto, sarebbe di lì a poco rincasato. Lei donna energica e risoluta, sapeva come mandare avanti una famiglia. Per essa aveva rinunciato all'avventura; ancor oggi felicemente. Cercava di nascondere alla meglio le proprie intime fatiche mensili ma il marito era da solo oggi, e ultimamente si sentivano brutte storie; complice il presagio di cattivo tempo, la sua apprensione non le consentiva quella sera di confinarsi a casalinga; tanto più se il primogenito Josh, bloccato a casa da un leggero infortunio, avrebbe terminato lui di preparare la cena. «Meglio una boccata d'aria!» aveva frettolosamente avvisato mentre usciva. Josh si era già rassegnato a badare al minore in attesa di rivedere i suoi. Inutile ammettere come una madre sarebbe stata più serena se il suo più lesto erede dopo un po’ che la seguiva di nascosto, non se ne fosse spuntato tutto d'un tratto esordendo furbescamente: «Mamma, cos'è la famiglia?». «Vieni qui Samì...», rispose lei con uno sguardo tra il severo e il divertito per come il piccolo l'avesse sorpresa ancora una volta. Ma la sua era una sorpresa contraddittoria: ad occhi adulti, era come se si aspettasse di dover dividere la passeggiata col giovane, prima o poi. Per nulla impreparata e con tono amorevole, prese a riunire dei rametti e con naturalezza suggerì: «Prendi un rametto anche tu». Il bambino, già dimentico della sua domanda impegnativa - appostata in tutta evidenza solo per dileggiare un rimprovero che oramai non sarebbe arrivato - obbedì entusiasta, pensando si trattasse di un nuovo gioco. «Bene. Ora prova a spezzarlo», lo incoraggiò la madre. «Forza!» lo esortò ancora lei in tono fermo per garantirsi al meglio l'attenzione del birbantello. Con palese soddisfazione le manine tesero quel legno fino a schioccarne una convinta rottura. I giovani occhi però, si volsero con fare interrogativo verso l'adulta, svelando il timoroso ricordo di quando rompeva qualcosa che non doveva e aspettando per questo la “giusta punizione”. Del resto era stata proprio madre Greta a chiederlo: quindi ora avrebbe dovuto mostrarsi contenta - pensò il piccolo. In questo non rimase deluso. Lei lo accarezzò a una guancia spiegando: «Ecco Samì, quel rametto sei tu». Porse poi al figlio il suo piccolo fascio e continuò: «Questi invece siamo noi quando siamo tutti insieme...», quindi insistette: «Prova a spezzarli!». Samì si affrettò a vincere quella sfida che si faceva sempre più interessante: chissà cosa avrebbe detto papà se si fosse dimostrato più forte di quei "tutti insieme" - pensò. Ne sarebbe stato orgoglioso, abbracciandolo come sempre, e alzandolo al cielo tra le spighe dorate. Quel fantasticare fu interrotto solo da un altro schiocco legnoso. Tanto bastò a silenziare per un attimo la scena. «Capisci Samì» riprese lei mascherando tra le altre, una ruga di preoccupazione, «mai muoverti senza mamma e papà, neanche per scherzo».

Per il resto del tragitto, pur leggermente impettito, Samì si tenne attaccato alle sottane e al passo sostenuto della mamma. Quella sera, seppur in parte imbronciato per il suo fallimento, era ansioso a suo modo di scoprire il giudizio del padre sulla prova affrontata, cosa che lo assorbì per un bel po’ permettendogli così di riflettere per bene su quanto aveva cercato di trasmettergli la madre.