venerdì 6 luglio 2012

La spiga spezzata

Una vita semplice può sembrare una vita inutile e alquanto noiosa, per qualcuno; oppure, per altri, una vita da far "rendere", allo spirare per lo più, affinché non sia mai sprecata.

Prosegue il prologo, della nostra narrazione. Ben, Lathander, Chauntea, Tymora, Kelemvor, quì ogni dio esige il proprio tributo. Ma al solito spetta ai mortali, consapevoli o meno, concederlo.

Ben era un uomo forte del suo lavoro e apprezzato nel suo placido temperamento. «Come una spiga stremata dal vento», amava ripetere ai figli sulla natura del Lavoro, «essa si piega ma mai si spezza». Ma il sole lo aveva avvisato da tempo che la giornata stava per finire e pensò come, la spiga si era piegata abbastanza, per oggi. Delle insistenti nuvole troneggiavano vanitose in cielo, senza lamentare ancora velleità di sorta. Così, prima dell’ultimo avviso di Lathander, che da rosso ambrato sarebbe presto migrato a un viola inscurito dai nembi, Ben aveva finalmente deciso di rincasare. Sudato e stanco, si tolse la casacca impolverata, approfittando delle limpide acque per detergersi alla meglio il torace. La sua pelle scurita dal sole, mostrava con onestà, tutti gli anni che l'uomo aveva dedicato al duro lavoro, riuscendo a garantire alla sua famiglia una vita essenziale ma dignitosa. Raccolto l'otre, si dissetò con la poca birra rimasta e sedette su una roccia ad ascoltare i rumori della natura. Un leggero schiocco lo distolse dai suoi pensieri e l'uomo si voltò a controllare, ma la capricciosa Tymora decise di non guidare quegli occhi stanchi che non notarono nulla di cui allertarsi. L’uomo si alzò e sbatté la casacca più volte, prima di reindossarla con quell'ampio sospiro di gratitudine che, insieme al suo primogenito da poco anche compagno di lavoro, soleva dedicare a Chauntea al termine di ogni giornata faticosa ma proficua. Ad un tratto, una fitta lancinante alla schiena gli cavò il fiato. Non aveva mai provato nulla di simile. Era come se un artiglio infuocato gli stesse straziando le carni. Si affannò inutilmente, costringendo i suoi polmoni a respirare. Ancora. Ancora. Ma il suo destino era segnato. In breve, un sapore metallico si presentò alla sua lingua, appena prima di affogare un grido d'aiuto in fiotti color rubino. Le sue braccia, iniziarono ad agitarsi convulsamente protese in avanti, alla ricerca di qualcuno da brandire. Ma ancora un dolore alla spina dorsale, all'altezza delle scapole, impedì definitivamente al suo corpo di completare quella e ogni altra intenzione. L'autore decise di palesarsi troppo tardi agli occhi del bracciante; poiché su quegli stessi iridi la notte di Kelemvor era già calata anzitempo, portando con sé i sogni e le preoccupazioni di un inconsapevole uomo di famiglia.


«Chissà...» annunciò l'assassino compiaciuto della sua esecuzione. «Questa “variazione” mi darà un vantaggio - e magari qualche soddisfazione», poi continuò recitando un improbabile rammarico: «Mi dispiace, sai... se oggi la fortuna è dalla mia, li potrò salutare più da vicino, ora, i tuoi C-ari...» disse digrignando i denti a contenere un sadico sorriso incompiuto. All'improvviso gli occhi della vittima si splalancarono, inorriditi, come a gettare un’ultima maledizione - altro non potevano - sul proprio assalitore. Sorpreso dall’inconsueto rigor mortis di questo essere umano, quest’ultimo lasciò cadere il corpo ormai inerme del suo menagramo. Deciso a scacciare ogni superstizione, in fretta appoggiò il corpo all'albero più vicino, di modo che sembrasse seduto grato a quel tronco. L'assassino, osservando come ispirato il sangue sempre più scuro della sua vittima, trovò anche il tempo di scrivere qualcosa su una pergamena e posarla dietro la schiena del povero Ben. All'interno vi ripose, come si fa per l'ultima speziatura di un piatto prelibato, delle spighe spezzate.  Accompagnato da un sorriso beffardo, agile si accovacciò sui rami più alti dell'albero, in attesa che il “destino” facesse il proprio corso.