venerdì 14 dicembre 2012

Artiglio Grigio


Grigie rivelazioni, da padre a figlio.
(dalla Storia di Artiglio)

«Figliolo, devo parlarti» La voce burbera ha una tonalità insolita che mi mette a disagio. Lo fisso. Il viso rubicondo e squadrato, quasi completamente ricoperto da una folta barba che comincia a mostrare i segni dell'età. Non riesco a trovare i suoi occhi, che guardano un punto imprecisato sul pavimento, tra l'incudine e il tavolo degli attrezzi. A mia memoria non è mai successo che evitasse il  mio sguardo. Deve essere accaduto qualcosa di grave.

Mi limito ad annuire, ma ne farei volentieri a meno. «Siediti.» Indica la panca vicino al tavolo dove di solito consumiamo pasti frugali e veloci. Il gesto è rozzo, come le suppellettili che ha indicato - almeno in questo è sempre il solito. Respiro a fondo e prendo posto, stando attento a non occuparne troppo. Lui mi imita. Lo fa più scompostamente però. Resta in silenzio ancora un po'. Il mio nervosismo aumenta. «Non sono tuo padre.» butta lì in maniera così cruda che sussulto. Poi prosegue, forse per non perdere il coraggio «Ti sarai accorto che la gente di qui ti guarda strano. E dovrai aver notato che fisicamente sei diverso.» Faccio per ribattere qualcosa ma lui mi ferma con un gesto nervoso della mano. «Diverso nel senso che sei un nano, ma non come noi. Tu sei un nano delle Profondità

Non sono sorpreso. Il vecchio ha detto bene. Me ne sono accorto. Solo non mi sono mai fermato a considerarne le implicazioni. Meglio ancora, non le ho mai volute vedere. Resto in attesa sperando che le domande che adesso non posso più ricacciare giù in fondo al cuore ricevano una risposta. Il vecchio mi guarda, poi sembra capire, perché continua «Ti starai chiedendo chi è il tuo vero padre allora» Stai facendo tutto da solo vecchio - mi trovo a pensare - ma ti ringrazio «Al tempo era in corso una guerra tra i nani di superficie e nani delle Profondità. "Nani grigi" li chiamiamo. Grigi in senso dispregiativo. Non ricordo più perché ci siamo messi a combattere contro i nostri cugini. Ma la guerra non ha mai motivi validi.» Si ferma pensoso. Forse sta comunque cercando di ricordarne la causa. O forse sta solo decidendo come continuare.

«Eravamo in cinque, una squadra esplorativa. Ci trovavamo in uno dei loro cunicoli che ci avrebbe condotto dritti nella loro cittadina. Stavamo studiando il terreno per poi sferrare un attacco a sorpresa la notte successiva. Doveva essere un cunicolo in disuso. Almeno secondo le informazioni che avevamo. La duergar però quel giorno ha voltato le spalle a tuo padre perché ce lo siamo trovati di fronte. Cosa ci facesse lì, non l'ho mai saputo. Ci si è scagliato contro e ha abbattuto due dei nostri senza dar loro nemmeno il tempo di estrarre le armi. Gli altri due sono caduti nello scontro che è seguito. Sono riuscito a salvarmi solo grazie ad un colpo fortunato, credo. Quando tuo padre è crollato a terra è tornato il silenzio. E allora ti ho sentito. Eri poco più in là, nascosto in un anfratto. Piangevi. Troppo piccolo per capire cosa stava accadendo. Ma non si è mai troppo piccoli per non sentire il legame di sangue che si spezza. Sono stato preso dal panico. Se il cunicolo era davvero in disuso saresti morto prima che la tua gente ti ritrovasse. Se ti avessi portato con me ti avrei condannato ad una vita da esiliato. Riportarti dalla tua gente per me avrebbe significato morte certa.» Si liscia la barba nervoso. Riabbassa lo sguardo. Stringe i pugni e borbotta «Il frutto della mia decisione è qui davanti a me. Ora sta a te decidere se è stata buona o cattiva.»

La storia è finita. Il battito del cuore è solo un po' più accelerato di quando è iniziata. So che devo dire qualcosa, ma non sono mai stato bravo con le parole. Le parole non le puoi modellare a colpi di martello. Non le puoi sputare grezze e poi affinarle pian piano. Le parole dette restano così come nascono. «Padre, torniamo al lavoro. Altrimenti quell'ascia non sarà mai pronta per domani.» La barba del vecchio si distende in maniera impercettibile. Lo conosco abbastanza bene da capire che è un sorriso. Qualunque cosa abbia fatto, gli voglio bene. Forse avrei dovuto dirglielo, ma con le parole non ci so proprio fare.